Un sogno strano

Non so cosa ci facevo li. Non ricordo i motivi per cui questo sogno mi ha portato proprio in quella casa; non mi so nemmeno spiegare come mai tra tanti ricordi congelati nella mia mente sia saltato fuori proprio quello. Fatto sta che in una dimensione onirica spazio temporale abbastanza inusuale per me ad un certo punto mi sono ritrovato in quella casa. L’odore di quella stanza era forte, quell’odore che rimane a metà tra il chiuso e l’odore che solo certi uomini sanno emanare. Non mi ci sono mai abituato. Non che ci andassi spesso ma si era ragazzi per cui ogni tanto ci si ritrovava insieme e si finiva a casa di qualcuno.

La loro era una famiglia strana nel senso che non ho mai capito per quale oscura ragione i loro genitori mi odiassero. Non avevo mai fatto nulla a nessuno anzi…semmai il contrario…quando si era ancora più piccoli Antonio, il maggiore dei due fratelli, detto ‘u ciuott per via della sua tonda larghezza, di 4 anni più grande di me spesso mi picchiava. Cose che succedevano tra ragazzi vissuti in periferia. Quindi avrei dovuto semmai essere io a provare rancore. Invece no,erano il padre e la madre che proprio non mi potevano sopportare.

Se il padre mi vedeva che giocavo a pallone nel cortile sotto casa non perdeva un istante e mi iniziava ad insultare dicendo di andare via. Se non capii male un giorno arrivò ad incolparmi perché giocando a pallone in cortile rovinavo il pavimento che si sbriciolava. Un vero idiota. Provai a dirgli che quelle si sbriciolavano sotto la forza degli elementi atmosferici: gelo, sole, pioggia disgregavano quelle mattonelle non certo adatte ad un clima così variabile come il nostro in cui si avevano freddi inverni e torride estati.

Ma tant’è, quando un idiota è convinto c’è poco da fare. Lo lasciavo urlare. La madre dei due fratelli era poi un vero mistero. Di una maleducazione unica. Erano gente venuta dalla campagna di qualche paese in città. Senza istruzione e senza creanza. Lei in più possedeva un’acidità unica che sfociava in una cattiveria senza limiti. Aveva lo sguardo cattivo. Era acida e cattiva come sanno essere solo certe donne la cui consapevolezza della loro bruttezza è tale da giungere ad odiare il mondo. In effetti era una vera megera: nera come la pece, le fattezze di un uomo, indescrivibile.

La strega Bacheca di Braccio di Ferro al confronto era una top model! Avevano anche una sorella e anch’essa non era certo un odalisca. Aveva le fattezze del fratello maggiore, il carattere scorbutico della madre e l’aspetto di un adolescente che sta per iniziare a provare il rasoio per rimuovere la sua prima peluria sul viso. Quel giorno ero li come ho detto, in quella casa senza ricordare la ragione. Di sicuro vi andavo quando non c’erano i genitori. O se c’era la madre passavo dal terrazzino e saltavo sul balcone.

Era per me un gioco da ragazzi allora arrampicarmi e saltare ovunque. Comunque era li, elemento fuori posto come può essere che so, una bandiera con falce e martello collocata di fianco un altare! In quella casa lei era l’ultima cosa che ti saresti aspettato di vedere. Di una bellezza enigmatica, un viso solare anche se malinconico. Beh a stare in quella casa la malinconia avrebbe colpito chiunque ma quegli occhi volevano raccontare di più. Nera anche lei di capelli, tenuti corti ma con la pelle chiara.

Gli altri invece erano tutti neri ma di carnagione molto scura. Non seppi cosa dire per cui mi limitai ad un “ciao” di circostanza sicuramente accompagnato da quel rossore che all’epoca rivelava i miei pensieri in ogni circostanza analoga. Continuavo a chiedermi chi fosse ma già i due fratelli mi portavano via da qualche parte. Non la vidi più per qualche giorno. Poi, finalmente, andando a fare la spesa a mia madre dall’alimentari, mentre saltavo un muro che mi evitava di fare un lungo giro dei palazzi la vidi di nuovo.

Stavolta fu lei a salutare per prima sorridendomi. L’altra volta non ci avevo fatto caso ma ora percepivo nettamente un accento che non era il nostro. E così gli chiesi da dove venisse, se era una cugina dei fratelli. E così mi raccontò la sua storia; era una storia triste e si rabbuiò non poco nel raccontarla. Era toscana, di vicino Firenze, Lidia si chiamava..
La madre aveva avuto una relazione con il padre dei due fratelli ed era nata lei. Poi lei era cresciuta sola con la madre che però poi s’ammalò ed essendo sola al mondo prima di morire chiese al padre di prenderla con se.

Ed ora lei si trovava li, in quella famiglia tetra consapevole di essere una di troppo. L’accompagnai sin sotto casa e la vidi entrare in quel portone leggera come una fata. E sparì come solo le fate sanno fare. Sparì nel risveglio, dissolvendo un sogno confuso tra realtà e fantasia; sogni che al risveglio lasciano interrogativi ed un pizzico di amaro in bocca. E’ raro che ricordi i miei sogni. Forse ho capito il perché! Se son tutti così è meglio non ricordarli!

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Informazioni su Demonio

Disilluso da tutto senza un futuro vivo in questo presente oscuro senza aspettarmi nulla.
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