Bontà e confini

Qualche giorno fa circolava un meme che polemizzava sul blocco di una partita di grano in Russia e sulle lamentele di un pastificio che commercializza i suoi prodotti (alcuni) come derivati da grano al 100% italiano. Per la precisione questo:

Ora, non mi interessa la polemica in sé e nemmeno questo meme che per me diventa solo lo spunto per parlare di un’altra cosa che, a me ha sempre dato abbastanza fastidio ovvero il parallelismo tra un certo tipo di marketing ed un certo tipo di consumatori che, sembra non possano vivere senza che tutto venga etichettato come al 100% italiano e di conseguenza essendo migliore poi essi stessi si sentono appagati!

Li trovo ridicoli questi atteggiamenti anche perché non tengono conto di alcune cosette:

  • da tempo non siamo più un paese a vocazione agricola e la produzione di alcuni prodotti sono limitate e non congrue a quelle che sono produzioni di prodotti di massa che oltre sui mercati italiani vanno in tutto il mondo.
  • il fatto che qualcosa come il grano o le olive o le arance o qualsiasi altro prodotto siano italiani non necessariamente sono garanzia di miglior qualità
  • la qualità di un prodotto dovrebbe essere sempre garantita a prescindere dalla provenienza ed è questa l’unica cosa veramente importante che dovrebbe interessare il consumatore
  • altra cosa su cui invece occorrerebbe ragionare è il rapporto qualità-prezzo che dovrebbe derivare dai produttori (nazionali e non) e non dai giochi del mercato e della borsa.

Quest’ultima cosa a mio avviso è fra le più importanti e trovo che sia intollerabile che, il valore di mercato di un prodotto non sia fatto da chi realmente produce ma è fatto da chi sulla terra nemmeno ci mette mai un piede. In definitiva avviene che a New York o Hong Kong o in qualunque altra borsa, qualcuno in pochi secondi decide quando deve costare qualcosa.

Dire che qualcosa prodotto qui è necessariamente migliore di un identico prodotto coltivato altrove non ha senso soprattutto se come spesso accade, i nostri italianissimi prodotti sono coltivati in luoghi inquinati o se entrano a far parte di certi meccanismi di sofisticazione alimentare che puntualmente ogni tanto vengono smascherati.

È per questo che al terzo punto dico che a me non frega nulla se un grano è stato coltivato qui o altrove ma quello che mi interessa è che, chi poi trasforma quel prodotto si accerti della sua qualità e a sua volta si assicuri che ciò che ne deriva sia di buona qualità. Questo è importante. Su questo dovremmo focalizzarci.

Poi certo, ora c’è la moda del km zero, del biologico e del aiutiamo a mantenere produttivi i nostri connazionali. E ci potrei anche stare se non fosse che, spesso, proprio quei connazionali ti dicono: ehi, compra le mie cose al 100% italiane! Salvo poi scoprire che, te le fanno pagare di più mentre, non essendoci materia prima a sufficienza in realtà loro comprano a prezzi molto inferiori altrove vendendoti delle fandonie.

Questo lo trovo scorretto. E a proposito di filiere e di km zero non credo che tutto ciò sia conciliabile con grandi produzioni industriali. Possono e debbono esserlo (ma più per l’assurdità di merci che fanno il giro del mondo inquinando inutilmente!) per prodotti locali e circoscritti a piccole produzioni.

Un chiaro esempio (ma ne posso fare a centinaia) sono le mozzarelle di bufala: oggi si trovano ovunque ma, quanti sono realmente le bufale allevate in Italia? Quanti caseifici ci sono? Quanto latte producono? Come fanno a inviare tutte ste mozzarelle ovunque? Va da sé che è impossibile quindi o qualcuno sta barando oppure se volete quelle mozzarelle andate a  Mondragone o Battipaglia o in zona e rinunciate a comprarla a Milano a meno che non abbia un evidentemente sovrapprezzo e la si trovi solo raramente!

Altrimenti c’è un’altra alternativa e cioè quella di dire ok, ci siamo inventati un prodotto che piace ma quel prodotto ora accettiamo che anche altri lo facciano senza che necessariamente partano crociate contro la lesa maestà del made in Italy. In definitiva se qualcun altro da domani fa mozzarelle di bufala in Francia o altrove va bene, basta saperlo, basta che siano garantite la qualità e l’etica e che non si perculi il consumatore.

Sarà questi poi a decidere cosa comprare e se c’è scelta e consapevolezza non vedo dove sia il problema così come non vedo perché un contadino o un allevatore straniero dovrebbero avere minore dignità di uno italiano. Poi, per carità, certe caratteristiche organolettiche tipiche di certe zone e certi climi danno prodotti appunto tipici e su quello non si discute ma, ripeto, non possono essere parte di grandi produzioni industriali.

Se comprate il pesto genovese lo dovete sapere che la costa ligure quella è e tutto sto basilico tipico non potrà mai produrlo per sostenere migliaia di tonnellate di confezioni di pesto che tutti i giorni trovate su tutti gli scaffali di tutti i supermercati di tutte le città! Poi ahoo, se volete vivere l’illusione di sentirvi migliori, se volete fare come l’idiota che polemizzò sulle nocciole turche, se siete quelli con la bandierina dell’Irlanda sul vostro profilo social, se vi sentite patriottici e sovranisti e inorridite per ciò che non è italiano…che dire… contenti voi!

Informazioni su Demonio

Disilluso da tutto senza un futuro vivo in questo presente oscuro senza aspettarmi nulla.
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4 risposte a Bontà e confini

  1. Neda ha detto:

    Bella tirata…tutte le volte che mio marito sentiva la parola “biologico” dava in escandescenze, proprio perché, conoscendo il lavoro della terra e sapendo bene come si coltiva…beh, anch’io mi sono spesso posta domande del tipo:” Come mai la frutta del mio frutteto e la mia verdura, pur buona e gustosa, non è mai così bella da vedere come quella che c’è sul banco del supermercato?Come mai le pesche del supermercato vengono dalla Spagna mentre qui a due passi, nel veronese, ci sono i più grandi pescheti del NordItalia? Perché i formaggi che vengono dalla Germania, dall’Austria e dalla Francia costano un terzo di quelli italiani della nostra zona? Perché l’olio Dante, che una volta era il vanto della Liguria, ora è commercializzato dalla Spagna che ha avuto la furbizia di non cambiargli il nome, ma di farne un olio scadente? Perché la Barilla ora produce pasta trafilata al bronzo, mentre prima non se lo sognava neanche? Ah, sì, a questa la risposta ce l’ho: si è comperata la Voiello che la pasta trafilata al bronzo l’ha sempre fatta” . Se ti diverte andare a mettere il naso nei vari passaggi di mano che fanno e hanno fatto le varie aziende italiane e europee, ti puoi divertire. A scuola, una delle materie che ho studiato era la merceologia, già ai miei tempi le sofisticazioni alimentari erano ancora più evidenti di oggi. Però, oggi, ci sono molte leggi che dovrebbero proteggere i consumatori, peccato che ci siano pochi controlli e che le leggi europee siano fatte ad arte per proteggere alcuni paesi a scapito di altri.

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  2. Demonio ha detto:

    Purtroppo come ho sottolineato una delle cose che manca è l’etica e poiché è impensabile che se la diano da soli (salvo eccezioni) allora dovrebbero essere i governi a farlo visto che dovrebbero fare gli interessi della maggioranza. Ma il punto è sempre quello: se la politica è espressione di maggioranze ottuse, disinteressate, ignoranti alla fine produrrà solo politici che faranno gli interessi di pochi manipolando la gente. E da qui non si scappa.

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  3. Neda ha detto:

    Quanto hai ragione…purtroppo.

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  4. Demonio ha detto:

    Quanto mi piacerebbe essere in errore…😔

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